La sintesi delle conclusioni di Maurizio Landini alla Conferenza Nazionale d’ Organizzazione della CGIL di Rimini.

La sintesi delle conclusioni di Maurizio Landini alla Conferenza Nazionale d’ Organizzazione della CGIL di Rimini.

Il segretario generale della Cgil conclude il dibattito dell’Assemblea organizzativa a Rimini

Poco più di un’ora. Tanto è bastato a Maurizio Landini per concludere, a Rimini, la discussione dell’Assemblea organizzativa della Cgil. E per indicare al sindacato una strada, un cammino auspicabile intessuto di rinnovamento, di allargamento della rappresentanza, di rivendicazione culturale e di autonomia, di conflitto e, anche, di “codeterminazione”, di partecipazione e democrazia interna ed esterna, e di lotta alla precarietà. Un percorso per il sindacato del presente e del futuro, che fa tesoro, però, dei modelli del passato, delle innovazioni e delle conquiste ottenute dalle Cgil di Giuseppe Di Vittorio, Luciano Lama, Bruno Trentin e Guglielmo Epifani, per citare i nomi convocati dal segretario generale nella sua relazione conclusiva.

DARSI UN METODO
Relazione che Landini ha aperto ricordando quanto siano state “giornate belle e interessanti” quelle dell’Assemblea (71 gli interventi della discussione riminese, con una media di 8/9 minuti l’uno), e quanto sia stato importante tenerle in presenza, dopo due anni di pandemia: “Perché non solo avevamo bisogno di rivederci, ma anche di poter vivere in diretta le emozioni di una discussione vera, che conferma come la Cgil sia una bella organizzazione di uomini e di donne libere, che non rinunciano però a un’idea fondamentale, cioè che stiamo insieme perché vogliamo cambiare la condizione sociale e la condizione materiale delle persone che per vivere hanno bisogno di lavorare”, ha scandito il segretario.

Landini ha ricordato che il percorso dell’Assemblea organizzativa è stato “fondato sull’ascolto”, ma ora “ci dobbiamo anche dare un metodo, assumere una responsabilità che deve valere a livello nazionale, ma come regola in qualsiasi luogo”, ossia che dopo “l’ascolto, la riflessione e la discussione”, si prendono le decisioni e le si verificano, senza mai dimenticare, in ciascuna struttura della Cgil, il valore del “lavorare assieme”. “Siamo un’organizzazione che non ha paura delle differenze”, spiega Landini, e le differenze possono essere una “forza” in “un’organizzazione che vuole essere innovativa e all’avanguardia, dandosi il coraggio di sperimentare, e sapendo che quando sperimenti puoi anche correre il rischio di sbagliare, ma devi avere l’umiltà di saper ascoltare, di poter capire e al limite anche di cambiare idea”.

2022, L’ANNO DELL’ANTIFASCISMO
Il segretario ha poi ricordato l’evento che più di altri, nei mesi recenti, ha segnato la vita della Cgil. L’aggressione neofascista alla sede di Corso Italia, il 9 ottobre 2021. Un evento che per Landini non rappresenta un “fatto solo locale”, ma è invece “un segnale più generale di una tendenza in atto in Italia e nel mondo”. Per questo, accanto all’urgenza di “rilanciare una nuova stagione dei diritti”, la Cgil dovrà ragionare su “un percorso”: “Dobbiamo definire fin da adesso un percorso che ci faccia arrivare al prossimo 9 di ottobre non semplicemente per ricordare quello che è avvenuto, ma per costruire delle iniziative nel Paese e anche in Europa che facciano vivere in modo militante cosa vuol dire essere oggi antifascisti”.

Le tappe di un “anno antifascista”, dal 25 aprile al Primo maggio e oltre, all’interno di un periodo da vivere “così come abbiamo fatto il 9 ottobre, quando ci hanno attaccato e abbiamo aperto tutte le Camere del lavoro, non abbiamo avuto paura, non ci siamo rinchiusi, anzi abbiamo aperto le nostre sedi a tutti quelli che volevano venire con noi, abbiamo chiamato tutti a mobilitarsi”. Il prossimo 9 ottobre, insomma, dovrebbe per Landini essere “una giornata di mobilitazione”, “vuol dire andare nelle scuole, incontrare i giovani, rimettere al centro i valori fondamentali dell’antifascismo, della solidarietà e della giustizia sociale”. “E, – ha aggiunto – dentro questo percorso dobbiamo cogliere l’occasione per ricordare una persona che per la prima volta non abbiamo potuto vedere a una nostra iniziativa, Guglielmo Epifani”.

SINDACATO E POLITICA
Ragionando sul rapporto tra il sindacato e la politica, e richiamando esperienze storiche per l’Italia e la Cgil, come l’approvazione dello Statuto dei lavoratori o l’abolizione delle componenti nella Cgil di Bruno Trentin, Landini ha rivendicato l’attualità della “soggettività politica” della Cgil, una soggettività “fondata sulle basi programmatiche della nostra organizzazione, un soggetto che non è distaccato o indifferente” alla politica generale, ma che “vuole al contrario dialogare, rapportarsi alla pari con le forze politiche”. Ma la Cgil – scandisce Landini – “non vuole prendere a prestito” da qualche forza politica “il proprio programma e la propria azione. Perché il nostro programma, la nostra identità noi li vogliamo costruire assieme alle persone, lavoratrici e lavoratori, pensionati, giovani, disoccupati in carne e ossa che rappresentiamo”.

“Noi siamo assolutamente interessati al fatto che la politica torni ad essere un elemento che ha la fiducia del Paese, fiducia che oggi non ha purtroppo, e che si superi questa distanza, perché quando arrivi al punto che il 50 per cento, cioè la metà degli elettori, non va a votare, rischi di mettere in discussione la stessa tenuta democratica”. Il rischio è che le persone non si sentano più rappresentate e che prevalga l’idea che è meglio “la soluzione autoritaria dell’uomo forte”.

LA DEMOCRAZIA E LA CGIL
Ma la democrazia riguarda anche la vita di un sindacato, “proprio perché condividiamo il fatto che oggi si è determinata una rottura sociale, di rappresentanza, anche nel mondo del lavoro, in tutte le forme in cui il mondo del lavoro oggi si presenta, nelle sue difficoltà evidenti”. In questo contesto – prosegue Landini – “la democrazia è un punto decisivo, intesa come partecipazione delle persone, e anche come loro diritto di votare, e cioè di essere protagoniste di un percorso di partecipazione alle decisioni che riguardano la loro vita e le loro condizioni di lavoro”. La Cgil, dunque, deve “mettere le persone nelle condizioni di poter votare, di poter decidere sulle questioni che le riguardano. Questo vale sia per la possibilità di vivere la propria rappresentanza, sia per la possibilità di dire la propria sul valore degli accordi e delle piattaforme”.

“Noi siamo un sindacato che ambisce a fare accordi e a fare intese che riguardano tutte le lavoratrici, tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti. Noi non siamo quelli che pensano che i nostri accordi valgono solo per gli iscritti. Noi pensiamo che la nostra azione deve valere universalmente per tutte le persone. Quando noi proclamiamo uno sciopero generale, chiediamo di scioperare a tutte le persone”, ricorda Landini. Ma allora “devi anche essere disponibile, quando discuti di accordi, a decidere assieme a loro”, perché non farlo vuol dire “svilire” i lavoratori.

L’ESEMPIO E LA FORZA DEI DELEGATI
Il numero uno della Cgil ha poi citato la “bellezza” dei “tanti interventi di delegati e di delegate” nel corso dell’Assemblea: “La forza di quegli interventi era che partivano dai problemi che stanno affrontando ogni giorno nel luogo di lavoro. Penso che noi, senza le delegate e i delegati, non esisteremmo. Il nostro problema non è solo di educare e di formare i delegati, ma è anche di imparare da loro”. Per Landini, quindi, “se c’è un elemento che la Cgil deve assumere come tema di riforma, è quello dell’estensione massima di tutte le forme di democrazia e di partecipazione. Ma deve essere chiaro che nessuno pensa di mettere in discussione la democrazia delegata, la democrazia di rappresentanza”, fatta di “piattaforme e di accordi”. E democrazia nei luoghi di lavoro, tra delegati e Rsu, ricorda anche Landini, significa che “se si fa una trattativa, un accordo, poi lo si sottopone al voto dei lavoratori. E se i lavoratori lo approvano a maggioranza, quell’accordo è valido. Ma se i lavoratori non dovessero approvarlo, tu non sei nella condizione di dire che quell’accordo è valido”.

Ma per Landini il “tema della democrazia” va anche oltre questo. E la sindacalizzazione di un luogo di lavoro non può essere misurata solo “in termini di iscritti”. “Quando penso alla sindacalizzazione, penso al fatto che ho un luogo sindacalizzato quando i lavoratori, oltre a iscriversi, hanno deciso anche di mettersi assieme, di eleggere una loro rappresentanza, quindi di affrontare collettivamente i problemi”. “Questo è il punto della sindacalizzazione. Non do solo un servizio, ma ho messo quelle persone nella condizione di usare il proprio diritto di organizzarsi collettivamente in sindacato”.

LA CGIL E LA RAPPRESENTANZA
L’allargamento della rappresentanza è, però, in questi anni, “un elemento fondamentale per il rilancio dell’organizzazione sindacale”. Landini cita, come altre volte in passato, l’esperienza cruciale dei Consigli di fabbrica degli anni ‘70, che consentirono alla Cgil di Luciano Lama di rinnovare e allargare la platea degli iscritti e dei delegati, in sostanza di rinnovare profondamente la composizione del sindacato. Un’esperienza che è un modello di ispirazione ma che, lo sa bene e lo ammette, il segretario, è difficilmente ripetibile nei nostri anni. Landini rammenta le attuali “difficoltà, i processi, il livello di esternalizzazione, di frantumazione, di appalto e di subappalto” del mondo del lavoro. Insomma una “situazione molto più difficile da affrontare” rispetto a qualche decennio fa.

Ma anche in questa situazione, i sindacati, “con un certo grado di sperimentazione”, sono in grado di difendere “i principi e i valori” del loro operare. E questo è “elemento di discussione e confronto anche con le altre organizzazioni, è anche il tema che ci porta con forza a sostenere l’iniziativa che abbiamo fatto, su cui non c’è ancora stata una risposta. Sono ancora in Parlamento il nostro milione e mezzo di firme, depositate per una legge sulla rappresentanza”.

“Oggi avere una legge sulla rappresentanza, che sostiene e rafforza il diritto alla contrattazione collettiva e il diritto di poter votare, è un elemento decisivo”, puntualizza Landini, e “dobbiamo batterci affinché quel diritto valga in qualsiasi luogo di lavoro, che quel diritto diventi un diritto di tutti i lavoratori italiani”.

NUOVI DIRITTI DI CODETERMINAZIONE
Per Landini “le persone hanno il diritto di essere coinvolte sulle scelte che le imprese compiono, prima che siano prese decisioni che riguardano in alcuni casi modelli organizzativi e ruolo del lavoro”. “Se ragioniamo in quella direzione c’è anche un tema di nuovi diritti di codeterminazione, diritti che oggi nel nostro Paese non ci sono”. Diritti che consentano ai lavoratori di discutere, negoziare, esprimere pareri, fare accordi con le imprese, valorizzare la propria autonomia e intelligenza “in un mondo in cui la tecnologia digitale sta cambiando, e stanno cambiando i modelli produttivi”. Codeterminazione è una parola forte, molto innovativa per la cultura della Cgil, ma, precisa Landini, dal momento che simili diritti “nessuno te li regala”, per ottenerli dalle imprese entro “una nuova frontiera della contrattazione”, “è molto probabile che si debba agire il conflitto”.

“RIFORMISMO COMPETITIVO”? BONOMI BOCCIATO
Quanto a conflitto e relazioni con le imprese, il clima con Confindustria non sembra positivo. Landini, parlando alla platea, accenna a un’intervista rilasciata al Corriere della Sera dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi, dove “parla di riformismo competitivo. Mi sono chiesto se stanno assieme le parole ‘riformismo’ e ‘competitivo’, perché per me le riforme non devono essere competitive, devono essere giuste, redistributive. Competitivo per chi? – si chiede Landini -. Oggi il problema non è che manca la competitività, oggi nel mondo del lavoro c’è troppa competitività”. E prosegue: “Giuseppe Di Vittorio ci ha insegnato che compito fondamentale del sindacato è impedire che le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare debbano competere tra di loro, perché quando avviene questo siamo di fronte a una guerra tra poveri e a una riduzione dei diritti”.

Ma la Confindustria è bocciata anche su altri temi. “Di fronte al problema dei contratti nazionali e della crescita del salario e dell’inflazione, Bonomi risponde dicendo no, non va cambiato nulla, perché l’unico luogo in cui devono crescere i salari con la produttività è laddove si fa la contrattazione aziendale, questa è una cosa non accettabile”, scandisce il segretario generale della Cgil. “Non perché siamo contro la contrattazione aziendale – aggiunge -, ma sappiamo che in un Paese con tante piccole e medie imprese, dove la maggioranza dei lavoratori non ha contrattazione aziendale, se non sono i contratti nazionali che tornano ad avere un’autorità salariale e a porsi il problema di aumentare il valore reale dei salari, questo vuol dire accettare la programmazione e la riduzione dei salari”.

Poi, tornando sul tema dell’indicatore Ipca già affrontato nella relazione introduttiva di giovedì scorso, Landini ha aggiunto: “Trovo singolare che, fino a che non c’era il costo dell’energia a questi livelli andavano benissimo anche quegli indicatori, perché quei vantaggi erano serviti all’impresa ad aumentare i profitti, e adesso che si apre un altro tema, e che quegli indicatori riducono anche i salari dei lavoratori, si dice che vanno benissimo perché non è il momento di redistribuire i profitti che, nel frattempo, hanno fatto sul lavoro dei lavoratori”.

RIPRENDERE LA LOTTA ALLA PRECARIETA’
Altro che “riformismo competitivo”. “Anzi – prosegue Landini – proprio per questa ragione, penso che uno dei temi di fondo sia proprio rimettere al centro la lotta alla precarietà”. “Ma è evidente, allora, che qui ci deve essere una conseguenza nel rapporto con il governo, perché oggi questo elemento apre una discussione e un potenziale conflitto con tutte le forze politiche che compongono quel governo”.

Landini invita quindi la Cgil ad aprire “vertenze in tutti i luoghi di lavoro, pubblici e privati, dove il problema è quello della trasformazione di chi è precario a tempo indeterminato, e la lotta perché questo avvenga deve diventare un elemento che facciamo vivere attraverso piattaforme, attraverso mobilitazioni”. E lancia la proposta “di lavorare nei prossimi mesi a una iniziativa, di organizzare una grande assemblea intercategoriale dei delegati e delegate in cui l’oggetto della discussione siano proprio le politiche contrattuali, a partire dai problemi della precarietà”.

LA POLITICA INDUSTRIALE È POLITICA GENERALE
Per uscire bene dalla pandemia, e rimettere al centro il lavoro, per Landini “serve una politica industriale, generale, pubblica che ragioni su come si ricostruisce questo Paese nell’insieme dei settori, con anche le interconnessioni nuove che tra i settori oggi esistono”. “Sta cambiando il modo di funzionare delle città, la vita delle persone”, il che influisce sensibilmente sulla mobilità, sul commercio, sul turismo. Perciò “oggi parlare di politica industriale non è semplicemente parlare del settore industriale, ma è proprio pensare allo sviluppo di un Paese che sia fondato sulla qualità del lavoro e anche su un rapporto con il territorio e sulla sostenibilità ambientale”.

Occorre quindi fare in modo che “i processi e le lotte che oggi sono aperte per gestire questo processo non siano lasciate alla singola azienda, al singolo gruppo, alla singola categoria. Ma che ci sia un disegno. Del resto vanno in questa direzione le due rivendicazioni importanti che abbiamo messe in campo: una Agenzia per lo sviluppo industriale e per lo sviluppo sostenibile, e dall’altro la creazione di un polo a livello nazionale per gestire questo processo di trasformazione”.

IL WELFARE
Per quanto riguarda il capitolo pensioni, Landini ricorda il “bisogno di intervenire rispetto alla riforma del sistema pensionistico. Avremo nelle prossime settimane un appuntamento molto importante che va sostanzialmente in questa direzione. Condivido il fatto che l’altro grande tema generale che noi dobbiamo essere in grado di far vivere, non come un problema delle persone che operano in quel settore o degli anziani, è la grande questione della salute e della sanità pubblica. È oggi un elemento di battaglia generale di tutto il movimento sindacale e di tutta la nostra organizzazione, perché è un elemento di fondo accanto al diritto alla conoscenza, al diritto a una scuola di un certo tipo, al diritto alla formazione permanente”.

LA STAGIONE CONGRESSUALE
Il 2022 è anche l’anno del Congresso della Cgil. E, al riguardo, Landini conferma gli impegni presi nell’ultima assise congressuale, quella del 2019 a Bari. Ossia il compito assunto “di lavorare perché si possa procedere a un rinnovamentodel gruppo dirigente, e allo stesso tempo a un processo che sia in grado anche sul piano formativo di qualificare i nuovi gruppi dirigenti”. Al riguardo Landini ha sottolineato “il ruolo delle Camere del lavoro e la necessità di rafforzare la nostra contrattazione sul territorio, nei luoghi di lavoro”, e ha insistito sull’opportunità, a tutti i livelli e in tutte le funzioni, di una maggiore “integrazione” tra “ruolo politico e ruolo tecnico”.

PRENDERE IN CARICO GLI ISCRITTI
La parola d’ordine della Cgil, “prendere in carico i nostri iscritti”, significa, per il segretario generale, “una cosa molto precisa: che non dobbiamo più parlare degli iscritti come dei numeri, ma dobbiamo pensare che dietro a ogni iscritto c’è una persona che ha un nome e un cognome, che ha dei problemi, dei bisogni”, e la Cgil, declinata in tutte le sue strutture e i suoi servizi, deve essere sempre “in grado di poter dare una risposta all’insieme dei bisogni avanzati da una singola persona”.

Questa è la traduzione operativa del concetto di confederalità. E questa è, insiste Landini, la vera solidarietà. “Confederalità significa essere in grado di fare una sintesi tra diversità, e rappresentare tanti bisogni. E la solidarietà non si trasmette col Dna”. Non si nasce solidali perché i nostri genitori erano solidali. “Non funziona così. La solidarietà vera non è fatta tra uguali, perché tra uguali la solidarietà è la cosa più semplice del mondo. La solidarietà vera c’è se quelli che stanno meglio sono pronti a battersi per quelli che stanno peggio”. Ma per raggiungerla occorre anche “un approccio meno burocratico e meno distante”.

LA FORMAZIONE SINDACALE
Altro caposaldo, organizzativo e culturale della Cgil, deve essere la formazione sindacale, che per Landini “deve diventare un elemento di diritto permanente. Stiamo parlando della formazione come diritto di tutte le delegate e i delegati, e dei dirigenti sindacali” ha chiarito il segretario.

LA COMPOSIZIONE DI GENERE
Infine, dopo un passaggio sulla necessità di allargare rappresentanza e alleanza al mondo dell’associazionismo e del volontariato, Landini ha affrontato il tema della parità di genere negli organismi della Cgil. Un tema, ha detto, che “riguarda il ruolo delle donne dentro all’organizzazione. Io penso che qui dobbiamo prendere un impegno molto preciso, che riguarda l’applicazione del nostro Statuto. Abbiamo una regola in base alla quale nessuno dei due generi può essere rappresentato meno del 40 per cento, ma il nostro Statuto non dice solo ‘40 per cento’, dice che nessun genere deve superare il 60 per cento. E chi l’ha detto che la soglia del 60 per cento debba riguardare solo gli uomini e non anche le donne?”. Si tratta con tutta evidenza di un “elemento decisivo”, che sarà affrontato nella discussione congressuale.

Così come decisivo, per il segretario generale della Cgil, è il tema della lotta alla violenza contro le donne. Un tema del quale non si possono fare carico solo le donne ma anche, e forse soprattutto, gli uomini. La questione, spiega Landini concludendo la relazione all’Assemblea, “non è ‘cosa fanno le donne per difendersi’ ma ‘cosa facciamo noi uomini per cambiare la nostra cultura rispetto al rapporto con le donne’. È un tema che dobbiamo affrontare. Penso che dovremmo discutere un’iniziativa in cui sono gli uomini a scendere in campo per affrontare la situazione”, ha spiegato il numero uno della Cgil prima di salutare la platea di Rimini tra gli applausi.

Condividi questo articolo